Un racconto estivo. Su Piero di Cosimo.

Qualche anno fa mi venne commissionato per il Corriere Fiorentino e da Vanni Santoni un racconto estivo. Avevo già scritto più volte racconti “estivi” per il Corriere della mia città, e tenuto anche una serie – un racconto lungo ad episodi sul fiume Arno (un esperimento chissà celatiano) che venne pubblicato anche in inglese su Doppiozero e costruito come un racconto etnografico di finzione grazie al dialogo con le foto di sopralluogo di Francesco Natali.

La condizione di quest’ultima offerta è che fosse ancora una volta un racconto estivo su Firenze. Mi venne in mente di andare molto indietro nel tempo, al Cinquecento, per allenare i limiti della mia scrittura e della mia immaginazione, andando a disturbare l’estate inquieta e canicolare di una delle figure più strambe e affascinanti della pittura fiorentina, Piero di Cosimo.

Il racconto poi non venne per motivi vari pubblicato, quindi fu inserito in un’antologia di un editore indipendente, e l’antologia mai però uscì. Un racconto sfortunato? Non saprei. Ma è giusto alla fine che qualcuno lo legga. Stetti infatti parecchio a inseguire il personaggio Piero, in lungo e in largo, in aneddoti, carte, biblioteche, autoritratti minuscoli, stramberie varie ed altre mirabilia – e a prescindere dalla cattiva reputazione che gli dette il Vasari.

Ecco a voi, così, il breve racconto estivo “Piero”, ispirato alla realizzazione del meraviglioso La Liberazione di Andromeda (1510).

Piero

Multaque per caelum solis volventia lustra, aveva ricamato Lucrezio sugli esordi di tutte le cose: e per molti giri del sole sulle strade le cose si dimenavano girando nell’interminabile estate, che Piero aveva passato altrettanto interminabilmente girando tra i legni scuri della bottega di via della Scala, un girare che era un danzare davanti alla commessa di Messer Strozzi – il quale era convolato a nozze da poco, e verso le sei sarebbe venuto a buttare l’occhio sull’opera, l’Andromeda Liberata (per camera sua). Ora, sulla metà di quel pomeriggio agostano addì 1510, Piero sentiva rivivere la fame, filacci scomposti che s’allacciavano in un languore, e gli venne alla lingua il sapore rotondo delle uova sode, ché ci sarebbe stato da uscire, però ecco, si disse fra sé, non voleva affatto fermare il pennello – e non solo per l’imminente arrivo, la promessa dei f[iorini] sei d’oro, contanti… – sebbene fosse tutto intorpidito, appiccicato il corpo nudo a una tunica schizzata dagli oli concretatisi anche nelle dita, le unghie crettate come dopo una battaglia con uno scoglio per non affogare nell’indistinto (o nell’afa). Ma la battaglia, quella vera, era stata far sorgere il mostro dal mare. Quel cagnone zannuto metà pesce, metà salamandra, in parte uccello, ora gli era caro più e quanto Perseo lo fosse a Ovidio. Piero aveva molto lavorato sui dettagli, per rivelarlo: quell’occhio che guatava altrove pieno di pietà (altro che il suo pasto, la nuda e sbigottita Andromeda!), le pinne-zampe del galletto che il pittore stesso si era divorato distratto giorni addietro, la coda prima dura corazza poi svolazzante bandiera di tregua, e soprattutto il piedistallo: quella marina verdegrigia, che s’inquietava come cotone grezzo sotto la bestia, ora si stava piano piano dipingendo. Il leviatano era apparso sulla tela nel bel mezzo della calura, come una praedae fortuna, una preda che la fortuna gli offriva – ancora in mente il De rerum natura che lo stesso Filippo Strozzi gli aveva spacciato clandestinamente.

Era certo, la storia umana là fuori tanto poco gli importava, le famiglie, i loro favori, la repubblica, le sue beghe, il papa e i suoi cardinali, valevano un’Etiopia remotissima; soffriva poco la gente: tutto un lamento un giorno, Cefeo e Cassiopea genitori scomposti sul lato sinistro del quadro, poi il giorno dopo tutti festanti e pieni di vino, come alla destra. Si era divertito così ad accompagnarli nel dipinto con strumenti musicali ineseguibili, lì al seguito delle loro vite e parate sorde. L’estate, pensava Piero, era stata un provvido rifugio: nessun registro fiorentino aveva lamentato la sua assenza, zero nocche sulla porta, niente. Solo uno spiraglio di luce dalle imposte chiuse gli raccontava di chi si muoveva, al di là dell’oscurità, mettendo in rassegna le siluette dei fiorentini: mercanti, codazzi vari, i maledetti infanti – per i quali aveva predisposto profondissimi tappi di cera – e i malati, che al mattino uscivano dagli ospedali a prender aria più fresca e, con arte estrema, scaracchiavano sui muri, loro volgivago vitam tractabant more ferarum (Lucrezio dixit), ciabattando e tirando su nugoli d’aria come bestie, liberatisi dagl’umori cattivi… Piero s’immaginava il suono lievemente sguisciante del liquido dei malati, calare fino a fermarsi in un’eternità spumosa.

Ogni giorno, così (e pure oggi) all’alba si recava a quel suo appezzamento dall’altro capo delle città, in via Laura. Apriva l’uscio prediletto, s’inoltrava nel giardino retrostante. Si metteva ad annusare tutto quel vitigno formoso: c’era grande aggrovigliamento, un ulivo antichissimo avvolto d’edera, alberi che parevano affratellati uno sopra l’altro, fichi carichi di frutti che, per terra, quelli marci, avevano ricoperto il giardino come di lava molle, sulla quale banchettavano e si generavano vari insettini: tutto era come Natura volesse, quod sol atque imbres dederant, quod terra crearat sponte sua, satis id placabat pectora donum – Titus L. Carus, ivi – persino le galline che svolazzavano liberamente, premiate da molti vermi. Davanti a tale apoteosi, Piero pensava all’ignavia dei fiorentini d’estate: era quella delle prime bestie umane, che vivevano alla giornata, senza cacciare, senza ingegnarsi, ricevendo quel che ricevevano. Lui invece era un cacciatore. Come ogni buon cacciatore, sapeva attendere la preda.  

Quella mattina se ne stette infatti nella selva domestica fino a che la prima goccia di sudore non lo richiamò. Gocce, che furono gli sputi e rivoli immondi sul muro di via della Scala, al suo ritorno in bottega. Ogni goccia conteneva come un mondo, lo faceva soffermarvisi: vi erano nati in passato satiri, ninfe, chimere, divinità fra le frasche che mostravano le natiche razzolando a mani nude, giraffe addentate da tigri d’Africa… Proprio uno sputo, densissimo e esteso ai lati, gli suggerì il movimento di quella marina, dove planava, e si rivelava il suo mostro. L’ondeggiare perfetto di mille rivoli di cotone…

(Accidenti: si era dimenticato le uova in via Laura.)

Rintoccarono le sei. Bussò Filippo Strozzi, le nocche dal suono erano le sue. L’entrata fece passare un po’ di fresco. Il giovane trovò Piero seduto su di uno sgabello, che sorrideva ebete fissando il centro del quadro. Si mise poi a scrutinare la sua commissione. E parve incontrare la chiave. “Che magnifica, Piero, dà vertigini solo a guardarla…”, gli disse all’orecchio, seguendo il volo leggero del Perseo innamorato, novello liberatore de’ Medici. “C’è tutto impresso l’amore per la mia piccola Clarice: mi darà ragione coi malpensanti, vedrete!” Piero non ascoltò il giovane ispirato: il mostro, la marina ora perfettissima, il cotone nato dallo sputo, niente più gli serviva, nemmeno la fame.

 “E per i suoi sei fiorini d’oro, ne riparliamo a settembre, ora d’estate è tutto fermo, si sa”, aggiunse il giovane committente. Piero nemmeno si girò.

N.d.A. i fatti raccontati in questo testo non sono necessariamente fedeli alla realtà storica, così come non lo furono troppo le cronache del Vasari su Piero di Cosimo.

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