Dal 6 settembre è disponibile in libreria un mio nuovo libro di poesia, dopo “Nominazioni” (Ladolfi editore, 2016), “La trasfigurazione degli animali in bestie” (Transeuropa, 2011) e “Disney contro le metafisiche” (Zona, 2008). Si tratta di “In caso di perdita”, che esce per i tipi di Interno Poesia. Lo si presenta in anteprima il 1 ottobre alla Feltrinelli RED di Piazza della Repubblica a Firenze alle ore 18, assieme a Rosaria Lo Russo e Niccolò Scaffai.
Il libro
I temi del lutto e della morte di un padre, proseguendo un filone letterario che viene da lontano, vengono vissuti in questo libro come una possibilità di trasformazione e di luce, di distacco anche ironico dall’inesorabile avvicendarsi del tempo. Le vicende di un padre che scompare, e si trasfigura in Arthur Rimbaud nei suoi ultimi giorni, si raccontano in uno squadernato diario poetico del figlio rimasto a gestire le burocrazie emotive della sua assenza. Un racconto che nasce ascoltando i luoghi che si fanno voce e i corpi che si fanno sasso, inseguendo defunti che guardano sé stessi, andando a visitare tombe che sono telefoni senza fili. La perdita è qui una metamorfosi personale, anche nel linguaggio e nello scrivere. È un’assenza che diviene capacità di pienezza, kit “in caso di perdita”, e nuova educazione alla vita che poi si espande: di camera in camera, di casa in casa, di città in città, verso altri ritratti di “dispersi” che circondano il poeta, corpi naufragati e abbracciati nella Storia.
Qualche estratto
Non è mai abbastanza
il tempo che ho dimenticato
di passare con te
ora la premura che
ti riverso non è niente
perché non ti salva
vorrei ricordare la tua
stretta di babbo, babbo
i tuoi occhi tondi e docili
su di me, magari ricorderò
solo gli schiaffi i rimproveri gl’improperi
perché sì sei stato severo
in quegli anni di tua maturità
volendo dimostrare la tua autorità
ma ora mi stai creando un vuoto
un vuoto di questa mia mano
a mio figlio stringerò la mano
fortissimo, così che quando non ci sarò
sentirà anche quel male buono
il dolore che rimbalza fra di noi
e salva il tempo il tempo d’uomo
il tempo nel quale ti stai inabissando.
*
La lenta lama
della routine che
ci scoperchia la testa
nella sensazione che ho di vuoti
e di estraneità col tuo io prima di me
tu che non sei più eppure
ti tumuleranno il sabato
ti celebreranno nei molti modi fiacchi
e poco spettacolari,
della nostra famiglia spartana
dove porteremo
questo vascello nominale
senza la tua acribia?
Il dolore ci frega
e s’indolcisce,
rientra nel porto,
si fa impossibile
ossessione geografica del dove sei – dove vai – con chi
morire è stata la tua mossa
più inaspettata
è stato veloce, indolore
un lancio col paracadute nel vuoto
più puro come quando si sogna
di cadere al limite della notte
e si sobbalza
(noi giù ad aspettarti in eterne in caduta
e non arriverai)
conto quanti passi di
te non concessi non ho percorso
e quanti invece te li ho concessi
sebbene i tuoi ultimi fossero dei
pesanti inani passi sulla neve più dura
soppesare i tuoi ultimi giorni
mi è necessario come un’esplorazione
in una giungla mentale e molecolare
prima inaccessibile che il tuo corpo caduto
come ha aperto, senza ombre.
*
Posta la tua foto alla tua lapide
sei come balzato fuori
dalla pressione di quella scortesia
hai preso a rivolgerti a me
“Ale, ma chi me l’ha fatto fare, eh?”
pareva che dicessi,
facendo gesti scaramantici
eri incredulo lì davanti alla tua tomba
con me che ti piangevo e
a un tempo ridevo,
ridevo del tuo essermi accanto
pronto a sconfessare quel rito
di mettere la foto, di scegliere la più bella,
mentre tu sei espanso nell’universo
altrove – mi pare di averlo visto in un film di Lynch…
che per tornare devi aver passato
mille disgusti tra i quali quello
di vederti fotografo
“Non ci siamo proprio, Ale”, mi bisbigli
e prendi in giro il Te che lì di te non c’è
chiuso dal marmo
